la coscienza e la ricerca psichica 6 – seconda parte |
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6. I fatti osservati e le valutazioni di van Eeden Van Eeden riferisce un particolare che lo colpì: il giovane a cui era appartenuto il pezzo di stoffa presentato alla medium aveva fatto un primo tentativo di suicidio, tagliandosi la gola, ma era sopravvissuto. Tuttavia a seguito della ferita alla gola la voce gli era rimasta roca e mentre parlava era soggetto a piccoli colpi di tosse del tutto peculiari. Quando van Eeden mostrò per la prima volta il pezzo di stoffa alla Thopson, la voce della medium cominciò a diventare più rauca e di quando in quando si presentavano colpi di tosse identici a quelli dell'amico suicida; il fenomeno si intensificò nel corso delle sedute successive, fino a prodursi regolarmente e con continuità, e non cessò se non quando van Eeden lasciò l'Inghilterra, portando con sé la il pezzo di flanella. In un certo senso, almeno in questo caso, sembra che la distanza abbia la sua importanza. Essendo un osservatore attento, scrupoloso e dotato di spirito critico, van Eeden non solo indagava ed annotava con precisione quanto accadeva e veniva comunicato nel corso delle sedute, ma non mancava di registrare le variazioni del proprio orientamento psicologico di fronte ai fatti osservati. Questo atteggiamento critico è molto importante, perché di solito gli esseri umani sono completamente coinvolti ed immersi nelle proprie reazioni psichiche. Durante una prima serie di sedute con la Thompson, nel novembre e dicembre 1899, van Eeden aveva riportato la convinzione che quel suo amico che si era suicidato quindici anni prima, e del quale aveva portato con sé la reliquia che aveva presentato alla medium (un pezzo di stoffa di una sua giacca), continuasse veramente a vivere come spirito e riuscisse a comunicare con lui tramite il controllo della medium. Tale convinzione derivava da un certo numero di piccoli particolari che, presi nel loro insieme, davano l'impressione di una prova evidente. Secondo van Eeden l'ipotesi che tali particolari fossero stati indovinati per caso era semplicemente assurda, mentre l'ipotesi della telepatia gli sembrava forzata ed insufficiente. Tuttavia, una volta tornato in patria, riesaminando il materiale delle sedute si rese conto che le comunicazioni contenevano carenze ed inesattezze che diventavano inesplicabili qualora egli avesse realmente parlato con l'amico morto, che in vita non avrebbe mai fatto errori del genere. E quello che più colpì van Eeden era che gli errori riguardavano proprio quei particolari di cui egli stesso non era al corrente, e dunque non era stato in grado di rilevare sul momento. Di conseguenza l'opinione di van Eeden cambiò. Sebbene riconoscesse sempre ai fatti il loro carattere straordinario e sopranormale, e continuasse a scartare l'ipotesi della frode o della coincidenza, cominciò a dubitare della sua prima impressione di aver avuto realmente a che fare con lo spirito del suo amico, e venne alla conclusione di aver interagito solo con la medium, la quale - dotata di un inconscio potere di acquisizione di informazioni al di là della nostra portata - aveva impersonato in perfetta buona fede lo spirito del defunto. Secondo van Eeden la psiche inconscia della medium doveva essere in grado di captare e di interpretare alcuni minimi indizi forniti dal consultante: come si sarebbero potute spiegare, altrimenti, le corrette informazioni fornite su tanti piccoli dettagli di cui lui era a conoscenza, e gli errori su quei particolari riguardo ai quali non poteva correggerla? Ma durante una seconda serie di sedute nel giugno 1900 van Eeden tornò, e con maggior convinzione, alla sua prima impressione. Stavolta si era preparato bene, stava in guardia, e forniva consapevolmente indizi veri o fuorvianti per registrare l'influenza che potevano avere sulle comunicazioni. Fino alla seduta del 7 giugno le informazioni riguardanti l'amico suicida - sempre piuttosto precise ed appropriate - furono date da Nelly, il controllo della medium; ma a partire da quella data lo spirito dell'amico fece in modo di prendere direttamente il controllo e per alcuni minuti van Eeden fu assolutamente certo - come lui stesso ebbe a dichiarare - di parlare di persona col suo amico. Pur parlando in olandese, ricevette nella stessa lingua risposte contenenti informazioni su fatti che erano del tutto estranei alla sua coscienza o su persone che non aveva mai conosciuto, la cui correttezza fu verificata solo dopo successive indagini. Ma soprattutto fu colpito dalle espressioni mimiche e gestuali della medium, che riproducevano fedelmente quelle che aveva il suo amico da vivo, troppo realistiche e fedeli per poter supporre che la medium li interpretasse da attrice consumata. Van Eeden mantenne però il suo spirito critico e, facendo ben attenzione ad ogni dettaglio, si accorse che in certi momenti si verificavano come delle crepe, durante le quali i fenomeni genuini venivano sostituiti da un'identificazione di ruolo inconscia da parte della medium, attraverso il sedicente controllo. In modo graduale e quasi impercettibile quest'ultimo assumeva il ruolo dello spirito comunicante, cercando di completare le risposte o di dare le informazioni mancanti. In queste circostanze le informazioni date si dimostravano quasi sempre irrilevanti, errate o inverificabili. In particolare, secondo van Eeden, Nelly - il controllo della medium - interveniva spontaneamente ed a sproposito dando spiegazioni su questioni delle quali con tutta evidenza non aveva capito niente. E se questo suo atteggiamento veniva incoraggiato da parte del consultante, per esempio accogliendo con entusiasmo o confermando le sue affermazioni, essa continuava aggiungendo sempre più particolari e dettagli (del tutto inconsistenti) finché non restava più niente di vero o di affidabile rispetto alla comunicazione originaria da parte dello spirito. Senza voler pervenire ad alcuna conclusione definitiva - dato che per van Eeden il primo dovere di uno scienziato o di un filosofo è di astenersi dal fare affermazioni "certe" su argomenti così incerti - lo studioso dichiarò di dover comunque riconoscere pubblicamente la sua convinzione di essere stato testimone, sia pure per alcuni minuti, della manifestazione volontaria di una persona trapassata. Nello stesso tempo, si dichiarava sicuro del fatto che l'informazione diretta e genuina proveniente dagli "spiriti" era molto più rara e limitata rispetto a quanto la medium stessa non credesse, o non ritenesse - in buona fede - che anche i consultanti dovessero credere. Per van Eeden una certa misura di messa in scena inconscia è quasi sempre presente in qualsiasi seduta e con qualsiasi medium: perfino sperimentatori particolarmente scrupolosi ed attenti, come Myers o Hodgson, sono stati a suo avviso tratti in inganno per non essersi resi conto di questo fatto. Però va anche osservato che van Eeden riconosce di aver avuto, durante gli esperimenti, la vivida impressione che la medium fosse semplicemente uno strumento temporaneamente in potere di entità che vivono in regioni al di là dello spazio e del tempo, esseri che sono anche capaci di prenderci in giro e di imbrogliare. Van Eeden infine rende merito a Mrs. Thompson per aver sempre dimostrato, nel corso delle sedute e nei confronti dei risultati ottenuti, il più completo autocontrollo e la più scrupolosa neutralità. Il notevole livello culturale della medium fu considerato, tanto da van Eeden quanto dagli altri ricercatori che con lei sperimentarono, un notevole passo avanti rispetto alle condizioni nelle quali si erano trovati con altri medium. 7. Un problema ancora aperto A me sembra che le osservazioni di van Eeden siano senz'altro giuste per quanto riguarda le informazioni e le comunicazioni ricevute durante le sedute (il resoconto dettagliato delle quali occupa 150 pagine dei Proceedings). Anzi, in linea di massima possono essere considerate valide per quanto riguarda le comunicazioni medianiche in generale, all'interno delle quali è quasi sempre presente una componente di natura psichica tipicamente umana (fantastica, immaginaria o speculativa) che si mescola a materiale di probabile provenienza extraterrena. Ma il punto che non è stato ben chiarito da van Eeden è se anche il materiale "inaffidabile" sia comunque da considerarsi di origine spiritica, oppure no. In effetti van Eeden non riesce a svincolarsi da un conflitto teorico - di cui lui stesso sembra rendersi conto quando evidenzia i limiti della posizione di chi vorrebbe spiegare tutto attraverso i poteri dell'inconscio - in quanto da una parte parla di drammatizzazioni e di identificazioni di ruolo messe in scena dall'inconscio della medium, e dall'altra riconosce di aver avuto l'impressione che la medium fosse solo uno strumento in potere di entità aliene, capaci anche di scherzare o di mentire. Ora, è ben evidente a tutti che i medium sono esseri umani dotati di risorse e di poteri non ordinari: se così non fosse tutti (o quanto meno un buon numero di noi) avremmo la capacità di ottenere risultati eccezionali come quelli che si verificano per loro tramite. Oltre alle comunicazioni da parte delle entità (alcune delle quali - come abbiamo cercato di evidenziare anche in questa serie di articoli - offrono un valido contributo all'ipotesi della sopravvivenza) non vanno dimenticati i fenomeni fisici come gli apporti, la telecinesi, la voce diretta, ecc. Il problema che resta ancora aperto è da cosa dipendano i poteri straordinari dei medium e come mai ai nostri giorni - proprio quando possiamo disporre di validi strumenti per la registrazione dei fenomeni fisici - sia così difficile trovare qualcuno in grado di produrli. Dato che le nostre conoscenze sull'origine ed il funzionamento della psiche sono ancora così rudimentali, non abbiamo elementi che ci consentano di interpretare i fenomeni medianici in un'ottica esclusivamente umana. Sebbene l'atteggiamento prevalente nella nostra epoca tenti di persuaderci del fatto che tutto possa essere ricondotto alle facoltà del cervello umano, chi vuole restare ancorato a questa tesi è poi costretto ad arrampicarsi sugli specchi quando cerca di attribuire alla mente umana (considerata come "prodotto" dell'attività cerebrale) quelle straordinarie facoltà che renderebbero possibili i fenomeni medianici. Credo comunque che non si possano avanzare dubbi sul fatto che sia l'attività del cervello a determinare la nostra esperienza psichica in questa dimensione umana. Tuttavia va osservato che il cervello (il quale, in quanto strumento, può essere paragonato ad un computer molto potente dotato di specifiche risorse operative) elabora materiale secondo stimoli e "programmi" provenienti essenzialmente da tre diverse sorgenti. La prima sorgente è l'ambiente esterno, con tutti gli input sensori ed i programmi di apprendimento e di comportamento trasmessi attraverso i condizionamenti e le sollecitazioni socioculturali. La seconda sorgente è rappresentata da programmi "interni" al cervello stesso (uso una terminologia molto superficiale ed imprecisa) come le pulsioni istintuali che determinano le modalità operative messe a punto dal processo evolutivo che presiede alla formazione ed al funzionamento del nostro corpo animale. La terza sorgente determina tutte quelle attività, in gran parte specifiche della psiche umana e talora definite come "superiori" - quali il pensiero ragionato, la creatività, la fantasia, l'autocoscienza riflessiva, l'elaborazione dei significati, la ricerca della conoscenza, i sentimenti "nobili", e così via - che nel linguaggio comune sono sempre state riferite allo "spirito" umano, implicando così una capacità, da parte del cervello, di acquisire, di interpretare e di elaborare anche elementi provenienti da una dimensione distinta da quella fisica. Dall'ottocento in avanti tuttavia c'è stata una forte tendenza culturale a porre anzitutto l'accento sul cervello, considerandolo spesso a tutti gli effetti come strumento creativo completo ed autosufficiente, anziché come percettore ed elaboratore di segnali "esterni" provenienti tanto dal mondo fisico quanto da altre dimensioni. Questo spostamento dell'orientamento conoscitivo (peraltro non condiviso da tutti anche in ambito scientifico) va considerato nell'ambito dei fenomeni psichici che determinano la cultura sociale di un certo periodo, non essendovi alcuna prova certa del fatto che il cervello sia il creatore assoluto di ogni evento psichico di cui facciamo esperienza. È invece ben constatabile ed evidente il fatto che alcuni individui sono dotati di risorse o di facoltà che altri possiedono in modo limitato, per esempio la creatività. È noto che nel mondo antico l'invenzione artistica o letteraria veniva attribuita, oltre che all'artista in quanto recettore, all'ispirazione di entità divine o semidivine (la musa o il daimon) che rappresentavano la personificazione di ciò che in epoca più recente è stato chiamato "lo spirito" o "il genio". Inoltre è fuor di dubbio che, almeno in campo artistico, la creatività è stata sempre correlata con la "fantasia", cioè con una forma complessa di immaginazione e di pensiero svincolata dalla realtà del mondo fisico. In campo scientifico e tecnico invece la creatività si è applicata direttamente sulla realtà del mondo fisico, fino ad ottenere quei risultati straordinari che ci permettono di vivere oggi in un mondo inimmaginabile anche solo pochi secoli fa. Possiamo tranquillamente riconoscere che la negazione di ogni ipotesi relativa all'esistenza dello spirito non porta da nessuna parte se vogliamo comprendere l'origine e lo scopo dei fenomeni psichici superiori, e meno che mai ci aiuta nella ricerca di una possibile spiegazione per i fenomeni paranormali (ed in particolare per quelli di origine medianica), in quanto ci costringe a ricorrere ad ignoti ed inesplicati poteri inconsci del cervello per giustificare non solo la capacità di captare e trasmettere informazioni da e verso altri cervelli, ma anche quella di esercitare azioni dirette nel mondo fisico. L'accoglimento dell'ipotesi che tiene conto dell'esistenza di entità "spirituali" (cioè estranee al nostro strumento corporeo, così come noi lo conosciamo) apre invece qualche spiraglio - se non per una spiegazione completa e soddisfacente - quanto meno per una migliore comprensione di questi fenomeni, dato che permette di stabilire una certa graduale continuità tra manifestazioni psichiche considerate "normali" - come la fantasia, la creatività, il sogno - ed eventi paranormali. Nel loro insieme si tratta di fenomeni per i quali possiamo ipotizzare che da parte di energie aliene rispetto alla dimensione fisica venga esercitata un'influenza più o meno intensa sullo strumento che determina la nostra attività psichica. Sotto questo aspetto anche termini come "anima" ed "inconscio" potrebbero quasi essere considerati come sinonimi, trattandosi semplicemente di etichette che ciascuno, secondo il suo orientamento psichico, mette su un barattolo il cui contenuto è rappresentato da forze misteriose, ma attive ed efficaci. Si può anche arrivare a comprendere il motivo dell'inaffidabilità di gran parte del materiale di origine "spiritica", che può rientrare indifferentemente nel regno della fantasia come sotto il vincolo della realtà, dato che né le entità né la fantasia sono legate alla realtà oggettiva presente nel mondo fisico come noi esseri umani lo sperimentiamo. Il vero ed il falso hanno un valore ben preciso in relazione alla nostra dimensione umana, ma i loro confini diventano molto più sfumati già nel campo della psiche, laddove uno degli effetti della fantasia è quello di farci sembrare o credere reale ciò che reale non è, ricordandoci che la nostra percezione della realtà è pur sempre una percezione di natura psichica (che per trovare valide conferme nel mondo fisico deve essere corroborata da verifiche oggettive, spesso di tipo strumentale). Tutto questo è ampiamente confermato anche dalle esperienze di natura allucinatoria e dagli stati di coscienza alterata indotti da sostanze psicoattive, esperienze durante le quali una dimensione onirica o fantastica viene a tutti gli effetti percepita e vissuta soggettivamente come reale. Il fatto che in questi casi il fenomeno sia reso possibile attraverso un'alterazione chimica delle modalità di funzionamento del cervello non deve essere frettolosamente interpretato come una conferma del fatto che il cervello crea l'esperienza: come abbiamo detto, ogni esperienza psichica che facciamo in quanto esseri umani è sintonizzata mediante l'attività cerebrale. L'alterazione chimica può rendere senz'altro il cervello più efficiente (ma anche più obnubilato) nel ricevere e nell'elaborare determinati stimoli, ma l'esperienza in sé è autonoma: infatti a dosi identiche della stessa sostanza possono corrispondere - nello stesso individuo - esperienze del tutto diverse. L'ipotesi che l'esperienza e l'attività della psiche umana siano in parte determinate da entità non direttamente percepibili in questa dimensione fisica (se non nell'ambito della fenomenologia paranormale e medianica), sebbene possa essere accettabile come ipotesi di lavoro, va elaborata in modo più approfondito se vogliamo considerarla in relazione alla nostra eventuale "sopravvivenza" ed alla continuità della nostra identità psichica dopo la morte. Non v'è dubbio che le entità comunicanti per via medianica affermino costantemente ed esplicitamente che qualcosa della nostra personalità individuale sopravvive alla morte del corpo, ed in più di un caso - come abbiamo visto anche in questa serie di articoli - cerchino di offrire prove concrete e verificabili del fatto di aver precedentemente vissuto una vita terrena. Tuttavia qui il problema non è quello di voler prestare fiducia o di dubitare di ciò che affermano le entità: sotto questo aspetto ognuno si può regolare come meglio crede e sente. Come tutti i ricercatori hanno potuto constatare, dal punto di vista del criterio della verità - come lo intendiamo in questa dimensione - le affermazioni e le indicazioni delle entità a volte risultano vere, a volte non lo sono, e in molti casi sono inverificabili. Quello che concretamente ci mette in difficoltà è il dover spiegare in che modo un'individualità legata ad un corpo umano, per la quale l'esperienza psichica si estrinseca tramite l'attività del cervello, possa poi continuare ad esistere psichicamente pur in assenza delle funzionalità di quell'organo. Dato che noi sappiamo molto bene cosa succede al corpo di chi muore, non possiamo avere dubbi sul fatto che ad un certo punto il nostro strumento fisico - cervello compreso - è soggetto a deterioramento ed a dissoluzione. Dunque, volendo ipotizzare la continuità della coscienza al momento o in prossimità del trapasso, dobbiamo di necessità riconoscere l'esistenza di un diverso strumento di elaborazione "mentale" che viene a sostituirsi al cervello senza interrompere il flusso dell'esperienza psichica, o interrompendolo solo per un tempo brevissimo (almeno, questo è quanto sembra si possa desumere dalle comunicazioni ricevute tramite diversi medium). Quest'ipotesi è stata sostenuta ed avanzata in varie forme, che nel loro complesso fanno riferimento al cosiddetto doppio, o anima, o strumento sottile, o corpo astrale, insomma - al di là del nome che gli viene assegnato - ad un organo di natura energetica non meglio identificata che coesisterebbe a fianco del corpo fisico, o in esso compenetrato, già durante la vita umana. Siccome quello che ci interessa in questo momento è di mettere a fuoco lo strumento mediante il quale può continuare ad estrinsecarsi un'attività di tipo psichico, dovremmo allora prendere in considerazione l'esistenza di una specie di secondo "cervello" di tipo energetico, che non solo coesiste col cervello fisico e con esso può interconnettersi, ma che risulta in grado di continuare la propria attività anche quando il cervello fisico smette di funzionare, generando una continuità dell'esperienza soggettiva. A questo punto vogliamo considerare se esista qualche indizio, qualche prova affidabile che possa avvalorare quest'ipotesi. Di prove ne potremmo indicare davvero tante, se decidessimo di riconoscere nei sogni (ed in particolare nei sogni lucidi ed in quelli coscienti), nelle OBE , e soprattutto nelle NDE , gli effetti dell'attività di questa seconda mente. La principale obiezione che viene avanzata nei confronti di questo punto di vista si fonda essenzialmente sul fatto che la maggior parte delle persone non ha NDE quando si trova in stato di premorte o in coma, non fa esperienze di OBE , ed ha perfino difficoltà a sognare o a ricordare i sogni. E se, in determinate condizioni nelle quali il cervello è ancora ben in vita ed operativo, può venir meno l'attività psichica cosciente naturale senza che ad essa si sostituisca un'altra forma di attività psichica della quale possiamo essere consapevoli e conservare la memoria, come possiamo supporre di poter continuare a vivere dopo la morte? L'argomento, dobbiamo riconoscerlo, ha una sua forza. Eppure, proprio nella coerenza di questo ragionamento troviamo un appiglio che ci permette di avvalorare anche la nostra ipotesi. Se infatti ci possiamo porre la domanda: "perché a tutti coloro che si trovano in condizioni analoghe di incoscienza cerebrale non accade di sperimentare una NDE ?" accanto a questa domanda se ne affianca subito un'altra: "com'è possibile che un essere umano possa passare periodi anche molto lunghi di incoscienza, per poi tornare all'autocoscienza?" Si sa di periodi di coma o di stato vegetativo durati vari mesi, dai quali poi è progressivamente riemersa un'identità cosciente. In questo caso si sostiene, a ragione, che alcune funzioni del cervello che erano rimaste danneggiate o sospese hanno poi ripreso la loro attività operativa. Ed il fatto che anche al ritorno della consapevolezza ordinaria coloro che hanno sperimentato una NDE siano in grado di ricordare in dettaglio e con precisione tutta l'esperienza significa che quanto meno la traccia dell'evento è stata registrata nel cervello. Ma quello che vale per l'organo cerebrale potrebbe anche valere anche per la nostra "mente" energetica. Non vi è motivo per escludere a priori che possa esistere un altro strumento la cui attività sia in grado di produrre un'esperienza psichica dotata di autocoscienza distinta da quella di cui siamo consapevoli nello stato ordinario di veglia. L'attività di questo strumento è di norma sospesa durante la vita umana, oppure si esercita non al livello della nostra coscienza ordinaria, ma come "influenza" (più o meno disturbata, contrastata o inibita) sul nostro cervello fisico. A questa influenza potrebbero essere dovute le facoltà creative e certi sogni, e - nei casi in cui si manifesta con particolare efficacia - fenomeni paranormali come la telepatia, la chiaroveggenza, ecc. Osserviamo inoltre che il senso dell'identità individuale e personale varia molto a seconda dello stato di consapevolezza in cui ci si trova. La coscienza dell'io che abbiamo durante il sogno può essere molto diversa da quella che si ha nello stato di veglia, per non parlare degli stati di consapevolezza alterata o dei rari casi di personalità multiple. I medium che vanno in trance completa sono assolutamente inconsci dei fenomeni che avvengono per loro tramite: più che uno stato di sonno, o di sogno, il loro sembra piuttosto uno stato di catalessi dal quale si risvegliano senza alcun ricordo interiore. In casi simili, come durante l'anestesia o il coma, l'autocoscienza è azzerata, eppure il cervello del medium dovrebbe essere estremamente attivo, qualora si volessero ricondurre all'attività cerebrale tutti i fenomeni che si manifestano. Durante i sogni lucidi, le OBE e le NDE , all'autocoscienza alla quale siamo abituati durante lo stato di consapevolezza ordinaria di veglia se ne sostituisce un'altra che può presentare caratteristiche completamente diverse. Vi è pur sempre un senso dell'io (più o meno ben sintonizzato) ma si tratta di un io che in genere ha poco in comune con quello dello stato di veglia. Inoltre in vari casi di NDE all'intensità dell'esperienza dovrebbe corrispondere quanto meno un'attività cerebrale molto ridotta, se non del tutto azzerata, anche se - come abbiamo osservato - al termine del viaggio la traccia dettagliata e vivida di quanto è accaduto si trova trasferita nella memoria ordinaria. Ci sembra dunque corretto affermare che l'autocoscienza rientra sempre nell'ambito di un'esperienza psichica: non esiste un'individualità cosciente separata dalla psiche, anche se può benissimo esistere un corpo individuale "vivente" al quale non corrisponde alcuna esperienza psichica cosciente. In alcune condizioni particolari - tra le quali la morte del corpo fisico - l'attività della "mente" energetica potrebbe sostituirsi integralmente a quella del cervello, producendo un'esperienza psichica del tutto nuova dotata di autocoscienza. Un fenomeno analogo potrebbe anche aver luogo in quelle particolari condizioni nelle quali si produce una NDE : in questo caso le due attività potrebbero in parte coesistere, dato che i contenuti dell'esperienza vengono trasmessi anche al cervello fisico per essere memorizzati. In prossimità della morte, o forse anche durante tutta la vita, potrebbe accadere l'inverso: la trasmissione alla "mente" energetica (o all'anima, tanto per usare un termine più convenzionale) dei contenuti della memoria umana, affinché siano utilizzabili all'interno della nuova esperienza psichica che verrà a sostituire quella della vita terrena. Questa nuova esperienza si svolgerà in una nuova dimensione (forse sarebbe più opportuno parlare di una nuova sintonia) caratterizzata da fenomeni probabilmente ben diversi da quelli che sperimentiamo in questa vita. Questo è comprensibile: è infatti venuto meno lo strumento indispensabile per poter interagire con questa dimensione, vale a dire il cervello. Quanto alla possibilità di percepire questo mondo fisico col solo strumento della mente energetica, riprenderemo eventualmente il tema in un altro articolo. Alla luce di queste ipotesi, il fatto che alcune persone sperimentino una NDE ed altre no non è diverso dal fatto che alcuni individui abbiano capacità medianiche ed altri no, o che alcuni siano creativi ed altri no. È come se in alcune persone si aprisse un canale che di solito è ostruito o inibito. Quando questo canale si apre possono avvenire cose straordinarie: esperienze interiori in grado di modificare sostanzialmente la nostra visione del mondo, creazioni che possono determinare nuovi sostanziali mutamenti culturali, o perfino l'intervento attivo in questa dimensione di forze e di entità ad essa estranee. Il quadro, in ogni caso, risulta molto complesso e non si presta ad essere arbitrariamente semplificato: quello che sembra di poter intuire è che il cervello, nel suo funzionamento "normale" condizionato dalle pressioni e dalle esigenze della vita quotidiana, inibisce e blocca (per ragioni importanti, da non prendere alla leggera) potenzialità che potrebbero permetterci di accedere ad altre esperienze, che in qualche misura possono dipendere dal funzionamento del cervello organico così come lo conosciamo, ed in parte sono dovute ad un diverso strumento di tipo inorganico, sensorialmente impercettibile, capace anch'esso di determinare una forma di esperienza psichica dotata di autocoscienza individuale. È evidente che l'ipotesi di sopravvivenza della propria individualità alla morte del corpo fisico deve necessariamente prevedere che l'autocoscienza sia determinata da uno strumento di questo tipo, essendo il cervello organico destinato a perire. Per questo motivo, così come la nascita ha segnato il nostro ingresso nella vita di questo mondo, la morte ne segnerà l'uscita, e ad un tipo di esperienza se ne potrà eventualmente sostituire un'altra, con caratteristiche del tutto diverse. Ma poiché adesso viviamo questa vita, il nostro interesse nella parapsicologia dovrebbe indurci a tener d'occhio anche le ricerche che si fanno sia nel campo della psicologia che in quello delle neuroscienze, per vedere se si riuscirà prima o poi ad aprire qualche spiraglio per la comprensione dei fenomeni paranormali, la cui esistenza e le cui caratteristiche vanno comunque sempre tenute ben presenti. Secondo me siamo molto lontani dal poter dire qualcosa di affidabile in proposito, proprio perché tanto la psicologia quanto le neuroscienze sono ancora - più che ai primi passi - ai primi vagiti. Nonostante ciò (o forse proprio per questo motivo) sono convinto che la casistica dei fenomeni paranormali, che andrebbe per quanto possibile documentata in modo ineccepibile con l'uso di tutti gli strumenti di cui oggi disponiamo, sarà sempre più oggetto di studio nell'ambito delle discipline scientifiche che si dedicano alla conoscenza della mente e che in un futuro - anche se lontano - potranno forse orientarsi verso la conoscenza dello spirito. Se la parapsicologia vorrà affermarsi come scienza, è bene che si affranchi da qualsiasi connotazione di carattere religioso tradizionale o da forme di fideismo che, se possono essere di qualche conforto nelle disgrazie della vita, hanno però la tendenza ad interpretare secondo un quadro culturale predefinito fenomeni la cui natura resta enigmatica. L'aldilà potrà essere sperimentato e vissuto - se questo è il nostro destino - a tempo ed a luogo, con tutti gli strumenti di cui l'Infinito ci vorrà dotare. Ma finché siamo da questa parte cerchiamo di utilizzare al meglio, con perizia, pazienza, perseveranza e buon umore, gli strumenti di conoscenza di cui, hic et nunc, siamo dotati. |
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