la coscienza e la ricerca psichica – 9

 

 


Partendo dal dibattito pubblicato sulle pagine dei Proceedings della SPR nel 1924, che contrapponeva Charles Richet e Oliver Lodge in merito all'ipotesi della sopravvivenza, si valuta cosa si può dire ai nostri giorni sulle motivazioni che indussero i due illustri scienziati a prendere partito in favore o meno di tale ipotesi.

Un dibattito sulla sopravvivenza

Nel maggio 1924 fu pubblicato sui Proceedings della SPR un interessante dibattito sulla sopravvivenza della coscienza alla morte, che vedeva da una parte un intervento del professor Charles Richet (La difficoltà della sopravvivenza dal punto di vista scientifico) e dall'altra la risposta di un altro illustre scienziato, sir Oliver Lodge (La possibilità della sopravvivenza dal punto di vista scientifico). L'interesse del dibattito si incentra sui seguenti tre punti:
1. tanto Richet quanto Lodge erano scienziati di chiara fama;
2. entrambi erano studiosi ed indagatori dei fenomeni legati alla medianità, convinti della realtà e genuinità degli stessi;
3. i loro interventi si focalizzavano sulla possibilità o meno della sopravvivenza in accordo con le conoscenze scientifiche disponibili all'epoca.

Cercherò in quest'articolo di verificare quanto delle loro osservazioni possa essere considerato ancora valido ai nostri giorni, anche alla luce degli ulteriori sviluppi della conoscenza scientifica, premettendo alcune brevi note biografiche che possono aiutarci a meglio comprendere i punti di vista dei due studiosi.

Charles Richet (Parigi, 1850-1935), docente di fisiologia presso la facoltà di Medicina di Parigi, fu insignito del premio Nobel nel 1913 per le sue ricerche sull'anafilassi. Incentrò i suoi studi sul sistema nervoso e muscolare umano, sui processi respiratori e sulla sieroterapia, dunque possedeva buone conoscenze sul funzionamento del nostro corpo. Uomo dai molteplici interessi, si occupò anche di aviazione e profuse un grande impegno nella causa del pacifismo. Scrisse molto, sia come saggista che come romanziere. Fu un instancabile indagatore e sperimentatore nel campo della fenomenologia paranormale, da lui definita "metapsichica" (termine che ebbe ampia diffusione per poi essere sostituito da quello, ancor oggi utilizzato, di "parapsicologia"): investigò nel campo della telepatia, dell'ipnosi, delle apparizioni materializzate (fu lui a coniare il termine "ectoplasma"), sperimentando con vari medium come la Piper, la Palladino e la Béraud. Tra le sue opere più importanti in questo campo, il Trattato di metapsichica del 1922. Nel 1877 sposò Amélie Aubry, dalla quale ebbe cinque figli.

Oliver Lodge (1851-1940) ottenne la cattedra di matematica e fisica all'università di Liverpool nel 1881. Fu collaboratore dell'importante rivista scientifica Nature, e nel 1887 divenne membro della Royal Society, la più importante istituzione scientifica dell'epoca. Nel 1900 accettò l'incarico di Rettore dell'Università di Birmingham, che mantenne fino al 1919, anno in cui andò in pensione pur continuando le sue ricerche nel campo delle onde radio e della telegrafia senza fili. Riuscì ad inviare un messaggio via radio un anno prima di Guglielmo Marconi, sebbene utilizzasse correnti a bassa frequenza che avevano un raggio di trasmissione molto limitato. Nel 1897 brevettò il sintetizzatore, acquistato poi da Marconi nel 1911. Si associò alla SPR nel 1884, mosso non tanto da un vero interesse per la ricerca psichica, ma perché, come nota nella sua autobiografia, aveva riscontrato "una serie di fatti che risultavano poco graditi agli uomini di scienza e per questo venivano trascurati, mentre a lui sembravano degni di attenzione". Fu presidente della SPR dal 1901 al 1903, e di nuovo nel 1932 assieme ad Eleanor Sidgwick. Nel 1877 sposò Mary Fanny Marshall. Dal matrimonio nacquero 12 figli, sei maschi e sei femmine: quattro dei figli maschi divennero uomini d'affari utilizzando le invenzioni del padre, un altro divenne scrittore e poeta ed il sesto, Raymond, morì al fronte nel 1915. Alla luce degli esiti delle ricerche svolte con alcuni medium dopo aver ottenuto riscontri in merito al figlio morto in guerra, Lodge pubblicò nel 1916 il celebre libro Raymond, or Life and Death, nel quale sostiene la tesi della sopravvivenza: una convinzione – maturata a partire dal 1889 nel corso di un'indagine approfondita sui rilevanti fenomeni medianici prodotti dalla medium americana Leonora Piper (1857-1950) – già manifestata in La sopravvivenza dell'uomo (Survival of Man) del 1909, e poi approfondita in altre opere successive come Perché credo nell'immortalità (Why I believe in Personal Immortality) del 1928 e La realtà di un mondo dello spirito (The Reality of a Spiritual World) del 1930. Un'altra sua opera importante, in quanto rivelatrice dei temi filosofici ed esistenziali che lo appassionavano, va considerata La ragione e il credere: l'impatto delle scoperte scientifiche sulla fede religiosa e spirituale (Reason and Belief: The Impact of Scientific Discovery on Religious and Spiritual Faith) del 1910.

Il punto di vista espresso nell'articolo di Richet risulta fortemente condizionato dalle conoscenze dello scienziato sul funzionamento del corpo umano. Richet non arriva a negare a priori la possibilità della sopravvivenza: «ci sono fatti che emergono continuamente dai nostri studi – scrive – così inattesi, così sconcertanti, e che si presentano con tale rapidità e complessità, che sarebbe per me deplorevole negare senza esitazione la possibilità che la coscienza possa sopravvivere». Tuttavia, aggiunge lo studioso, l'ipotesi spiritistica non solo non può ritenersi dimostrata, ma anzi viene contraddetta da un buon numero dei fatti indagati.

Richet aggiunge, giustamente, che il giudizio dello studioso non dovrebbe essere influenzato né dall'inclinazione umana sul fatto che la sopravvivenza sia desiderabile o meno, né da qualsiasi forma di fede o di orientamento religioso personale, dato che la conoscenza ha come unico scopo la ricerca della verità in base all'esame dei fatti.

Le nozioni mediche dello scienziato emergono quando afferma che la fisiologia dimostra un rigoroso parallelismo tra le funzioni intellettuali ed il cervello: la coscienza, la mobilità, la sensibilità, la memoria, sono sempre funzioni del sistema nervoso, tanto nell'uomo quanto negli animali. Dunque l'ipotesi della sopravvivenza dovrebbe prendere in considerazione non solo la coscienza umana, ma anche quella degli animali.

Abbiamo già visto come, nelle corso di alcune delle sedute medianiche esaminate in questa serie di articoli, si manifestassero – anche attraverso la materializzazione completa – entità animali: ne possiamo concludere che la sopravvivenza degli animali non viene esclusa dall'ipotesi spiritistica.

Richet afferma poi di non poter credere che la memoria umana possa esistere senza l'integrità anatomica e fisiologica del cervello, un atteggiamento che alcuni suoi critici – tra cui Lodge – gli rimproveravano con benevola ironia, dicendo che Richet era un devoto adoratore del "feticcio del cervello". Certamente Richet può avere buon gioco nel dimostrare che le alterazioni introdotte chimicamente nella fisiologia cerebrale modificano, inibiscono o fanno scomparire completamente tutte le funzioni associate alla coscienza. Sebbene gli spiritisti affermino che il cervello è solo uno strumento, sembra innegabile che durante tutta l'esperienza umana la coscienza sia assoggettata e subordinata al funzionamento di questo strumento che – secondo Richet – può dare origine tanto alle esperienze normali quanto a quelle paranormali. Ma sono appunto queste ultime che, almeno in alcuni casi, possono dare adito a qualche dubbio sul fatto che ogni esperienza psichica dipenda sempre e comunque dal cervello

Va però riconosciuto che, anche alla luce delle nostre conoscenze attuali, non vi sono elementi e fatti sufficienti per poter attaccare con prove irrefutabili la posizione di Richet. Bisognerebbe infatti dimostrare l'esistenza di fenomeni psichici inerenti alla coscienza individuale pur in completa assenza di attività cerebrale. Le nostre informazioni sul funzionamento del cervello sono ancora ben lontane dal poterci dare indicazioni esaurienti sulle correlazioni tra alcuni fenomeni di natura psichica ed i corrispondenti stati cerebrali. I due casi che ritengo maggiormente significativi in relazione alla possibilità di eventi psichici separati dal funzionamento cerebrale sono la NDE relativa alla celebre operazione al cervello di Pam Reynolds (un nome fittizio) e quella di George Rodonaia, tenuto per tre giorni in una cella frigorifera dell'obitorio prima che si procedesse all'autopsia. Ma nel caso di Pam Reynolds c'è chi afferma (senza però portare prove convincenti al riguardo) che la NDE non ebbe luogo durante la fase di assenza di attività cerebrale – che, almeno per questo caso, dovrebbe ritenersi accertata – ma durante la fase di riattivazione delle funzioni cerebrali precedente il "ritorno in vita" della paziente, mentre nel caso di Rodonaia non vi sono riscontri oggettivi al suo racconto, non perché si debba dubitare della sua autenticità, ma perché è impossibile stabilire con certezza in quale grado il suo cervello fosse attivo o meno.

In base alla mia esperienza personale sono incline a ritenere, fino a prova contraria, che fenomeni come i sogni lucidi, le OBE o le esperienze indotte da sostanze psicoattive siano collegati all'attività del cervello, nell'ambito di quel legame che – come sosteneva Richet – vincola la coscienza e l'esperienza psichica umana all'attività cerebrale. Per quanto riguarda le NDE credo invece che, in alcuni casi, ci possiamo trovare di fronte ad esperienze psichiche svincolate almeno in parte dal funzionamento cerebrale, anche se questo mio orientamento personale non è suffragato da prove inattaccabili.

Le considerazioni precedenti ci dimostrano comunque le difficoltà che si presentano, anche ai nostri giorni, quando si tenta di formulare un'ipotesi coerente che consenta di recidere il vincolo psiche-cervello che caratterizza l'esperienza umana, in modo da poter giustificare la possibilità di un'esperienza psichica indipendente dall'attività cerebrale quale dovrebbe essere certamente quella post-mortem: questo è infatti l'ostacolo che Richet, nonostante la sua notevole levatura di scienziato, non riuscì a superare.

Quanto ai fenomeni di quell'ampio campo di indagine che lui stesso definì "metapsichica oggettiva" – comunicazioni medianiche, materializzazioni, ecc. – Richet era ben convinto della loro realtà, ma non li riteneva sufficientemente dimostrativi come prova della sopravvivenza. Pensava che le testimonianze ottenute dagli "spiriti" fossero nella maggior parte dei casi intrise di elementi psichici tipicamente legati all'esperienza umana, confuse, spesso contraddittorie e – dal punto di vista di un'intelligenza come la sua – non di rado semplicemente ridicole. Per questi motivi preferiva attribuire al corpo umano ed alla mente (da lui intesa come prodotto dell'attività cerebrale) poteri e funzioni "straordinari" le cui modalità di estrinsecazione erano ancora tutte da indagare o da scoprire. Dunque Richet, pur non volendo "convertirsi" – per così dire – all'ipotesi della sopravvivenza, era poi costretto ad ammettere l'esistenza di fenomeni sui quali (cito le sue parole) «noi non abbiamo capito nulla, assolutamente nulla».

Questo dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto forte è l'influenza della psiche individuale nella valutazione dei fenomeni soggettivi. Ed essendo la psiche un fenomeno – sperimentato nel corso della nostra esistenza umana – la cui origine e finalità restano per noi un mistero (al pari di molti altri fenomeni di questo universo), ci troviamo sempre a toccare con mano i limiti delle nostre possibilità di conoscere e di sapere, cosicché dobbiamo constatare come la conclusione di Richet risulti nello stesso tempo insoddisfacente e sconfortante. Se un secolo fa si potevano nutrire speranze (anche se in parte ingenue) sulla scoperta di nuove forze o energie in grado di spiegare fisicamente ed umanamente i fenomeni della metapsichica oggettiva, oggi tali attese hanno perso credibilità, tanto che sempre più spesso ci si accontenta di negare i fenomeni tout court, anziché "perder tempo" a studiarli ed a rifletterci sopra.

La posizione di Lodge sull'argomento è più articolata e, secondo il mio punto di vista, molto più attuale e convincente. Va ricordato che Lodge era un fisico ed un matematico, ed aveva già affrontato in diversi libri alcuni aspetti problematici sia gnoseologici che epistemologici in merito all'interpretazione dell'universo, utilizzando le scoperte scientifiche della sua epoca come banco di prova per le sue valutazioni. Accade spesso che i fisici, occupandosi di un campo della conoscenza che potremmo definire "di frontiera", siano molto più sensibili dei biologi o dei medici al problema delle cause di ciò che accade in questo universo e del sognificato delle leggi che lo governano. In particolare Lodge affrontò nei suoi libri due aspetti dell'universo fisico, quello della trasmissione di determinati effetti a distanza, nel "vuoto", e quello dell'origine e dell'evoluzione della vita, in merito ai quali anticipò alcuni concetti che oggi sono unanimemente riconosciuti come fondamentali.

Per quanto riguarda la trasmissione degli effetti a distanza, Lodge teorizzava la presenza in ciascun punto dell'universo dell'etere, una funzione ubiquitaria che rendeva possibile, per esempio, l'attrazione gravitazionale tra i corpi. Oggi il concetto di etere è stato abbandonato, per essere sostituito da quello di "campo" che, soprattutto dopo il riconoscimento unanime della teoria della relatività di Einstein e dell'esistenza dello "spazio-tempo", non è stato più messo in discussione: i campi gravitazionali ed elettromagnetici sono presenti in ciascun punto dell'universo, indipendentemente dall'esistenza o meno della materia in quel punto o nelle immediate vicinanze. Dunque rappresentano, secondo Lodge, un aspetto della realtà fisica che sfugge completamente alla nostra percezione sensoriale, ma che indubitabilmente produce degli effetti fisici. E poiché, nell'ambito delle manifestazioni di alcuni fenomeni medianici, noi osserviamo degli effetti fisici, come possiamo escludere la presenza di altre "energie dell'etere" (oggi diremmo di "altri campi di energia") che ancora non abbiamo scoperto?

Com'è evidente, questa posizione di Lodge non comporta in sé alcuna prova della sopravvivenza, tuttavia è interessante perché evidenzia gli effetti esercitati da parte di campi energetici non percepibili dai nostri sensi sulla realtà fisica che noi invece percepiamo. Questi effetti sono ben noti a tutti, oggi che viviamo nell'epoca delle telecomunicazioni. Inoltre, per quanto riguarda l'astrofisica, uno dei dibattiti attuali più interessanti riguarda la presenza o meno nell'universo della cosiddetta materia ed energia "oscura", così chiamata perché sfugge completamente alle nostre possibilità di osservazione, tanto sensoriali quanto strumentali: si tratta di entità, per dirla in parole povere, sulla cui esistenza non abbiamo alcuna prova, ma che ci dovrebbero essere, altrimenti i conti delle leggi gravitazionali che sono alla base dell'espansione dell'universo non tornano.

L'altro aspetto che Lodge si sforza di mettere in evidenza è quello relativo alla complessità della vita. La legge della conservazione dell'energia, ritenuta una delle pietre miliari della fisica, afferma che nella trasformazione da un sistema ad un altro non si crea né si distrugge energia. Questo portava non pochi scienziati "materialisti" a sostenere che non c'è alcuna differenza tra un organismo vivente ed un cadavere in via di decomposizione, dato che nella trasformazione delle "sostanze" che compongono i due sistemi l'energia globale non varia. Questo è senz'altro vero, sosteneva Lodge, tuttavia qualcos'altro è cambiato, dato che l'organismo vivente presenta caratteri di complessità dell'organizzazione che nel caso del cadavere in decomposizione vengono meno. Alla sua epoca, Lodge non disponeva ancora degli strumenti conoscitivi e concettuali per elaborare in modo più appropriato la sua intuizione in merito alla complessità organizzativa degli esseri viventi (che egli attribuiva ad un non meglio identificato "principio formativo") ma oggi abbiamo un sistema preciso di conoscenze per comprendere cosa viene meno nell'organismo che passa dalla vita alla morte: vi è una perdita secca di "informazione", intesa nel senso in cui questo termine viene utilizzato nel campo dell'informatica.

Sebbene i non addetti ai lavori siano abituati a considerare l'informazione come un concetto inerente quasi esclusivamente ai sistemi tecnologici, essa è presente in modo molto più spinto nei sistemi biologici. Senza voler qui approfondire l'argomento, ci basti dire che una delle caratteristiche fondamentali dell'informazione è che si tratta di un'entità non fisica, che tuttavia ha bisogno di un sistema fisico per manifestarsi e per estrinsecare i suoi effetti in questa nostra dimensione. Potremmo anche definire l'informazione come una sorta di intelligenza astratta che si applica alla realtà fisica. Anche in questo caso dunque Lodge ha centrato il bersaglio, mettendo in evidenza l'influenza di entità e di energie non fisiche sulla realtà fisica e mostrando una valida intuizione sugli sviluppi futuri della conoscenza umana.

Anche Richet, come si è visto, faceva riferimento a forze ed energie di natura sconosciuta, ma preferiva non esporsi oltre nella ricerca di una correlazione tra fenomeni fisici, eventi psichici ed eventuali intelligenze trascendenti la dimensione fisica.

Le argomentazioni di Lodge sono preparatorie alla sua tesi in favore della sopravvivenza: se abbiamo la prova dell'esistenza di energie e di entità non fisiche in grado di agire sulla realtà fisica – sostiene lo scienziato – non si può escludere che anche la coscienza individuale possa avere una propria esistenza indipendente rispetto al supporto fisico che le permette di estrinsecarsi in questa dimensione.

Lodge sgombra subito il campo da quella che in ambito cristiano viene indicata come "resurrezione della carne", cioè la riesumazione ed il ritorno alla vita dei cadaveri ormai decomposti, o addirittura trasformati in sostanze completamente diverse, degli esseri che hanno vissuto su questa terra. Per le leggi della natura, il corpo delle creature viventi muore una volta per tutte e non può più essere riportato in vita. Egli osserva inoltre che il corpo non viene al mondo già completamente formato, ma si plasma, si accresce e si organizza attraverso un processo di trasformazione, mediante l'acquisizione di elementi e sostanze che – benché già presenti nella dimensione fisica – vengono riorganizzati in modo completamente diverso e ben più complesso sotto il profilo dei contenuti di informazione, per effetto di ciò che lui chiamava "principio formativo". In effetti, alla relativa inconsistenza – almeno sotto il profilo delle dimensioni fisiche – di un uovo fecondato o di un embrione nelle prime fasi di sviluppo, si contrappone l'enorme quantità di informazione già contenuta al loro interno, che fa in modo che dallo stadio di potenza si passi alla fase di realizzazione, mediante l'assimilazione e la trasformazione di sostanze esterne disponibili, attraverso lo svolgimento di un programma già predisposto ed attivo presente nelle cellule stesse.

Lodge fa poi riferimento al fatto che le entità comunicanti dichiarano spesso (e dimostrano) di avere anch'esse un corpo, pur se di natura diversa dal nostro. E dunque non si può escludere, egli afferma, che un analogo programma informatico di accrescimento e di trasformazione di energie avvenga nell'ambito dell'etere, fino alla formazione di un "corpo energetico" che vive parallelamente al corpo fisico, ed acquista una sua indipendenza alla morte di quest'ultimo.

Di certo Lodge era molto più incline ad accettare le informazioni contenute nelle comunicazioni delle entità spiritiche (fatta eccezione per quelle incontestabilmente assurde o contraddittorie) di quanto non lo fosse Richet. Le sue argomentazioni presentano tuttavia alcuni punti deboli: anzitutto il concetto di etere (che come si è visto va oggi sostituito con quello di campo) fa pur sempre parte della realtà fisica di questo universo, mentre secondo quanto affermano in genere le entità comunicanti la dimensione dello "spirito" è separata da quella fisica, e può interagire con quest'ultima solo in particolari condizioni e circostanze. Inoltre, così come il corpo fisico degli esseri viventi è soggetto ad un processo di crescita e di organizzazione, ma anche ad uno di disgregazione che implica l'inevitabile distruzione terminale, non ci viene spiegato perché un analogo processo nel piano eterico debba dar luogo ad un corpo indistruttibile ed eterno.

Per quanto riguarda l'autonomia del corpo eterico da quello fisico nel corso della vita umana, Lodge se la cava affermando – come altri studiosi – che di norma il corpo eterico è del tutto inibito dalla presenza del corpo fisico (la cui valenza energetica ci appare estremamente più forte), e tuttavia in casi eccezionali (sensitivi, chiaroveggenti, ecc.) può avere una sua attività autonoma rispetto a quella del corpo fisico. Alla morte il corpo eterico si libera da quello fisico, e la coscienza individuale si sintonizza su quella nuova dimensione.

Come abbiamo già osservato, le nostre conoscenze sul funzionamento del cervello e sull'origine della coscienza sono ancor oggi troppo limitate per poter dare qualsiasi giudizio sull'ipotesi di Lodge, che potrebbe avere qualche fondamento, se solo si riuscisse a stabilire qual è la forza che vincola il corpo eterico a quello fisico, e per quali cause in alcuni individui ed in certe circostanze questo legame può venir meno anche durante la vita. In particolare bisognerebbe comprendere perché il corpo eterico non mostri una sua autonomia rispetto al corpo fisico, collegandosi alla coscienza in tutti quei casi in cui vi è un black-out nel funzionamento del cervello (svenimenti, anestesia, coma, stato vegetativo, ecc.). Di norma, infatti, nel corso della vita umana la coscienza sembra associata esclusivamente all'attività del cervello, e non risulta che venga smistata automaticamente sul corpo eterico in caso di crisi temporanea dell'organo cerebrale. Questo mi sembra che valga anche per i sensitivi e per i veggenti, i quali durante un'anestesia o in stato di coma perdono conoscenza come tutti gli altri. È anche significativo il caso di quei medium che non hanno alcuna coscienza di ciò che accade durante la trance in cui cadono.

È vero che esperienze come le NDE o come gli stati di bilocazione possono avvalorare l'ipotesi che la coscienza si sintonizzi su un corpo distinto da quello fisico in particolari condizioni critiche dell'attività cerebrale, tuttavia non si può affermare che questa sintonia avvenga regolarmente, come è dimostrato dal fatto che la maggior parte delle persone sottoposte ad anestesia, svenute o comunque entrate in stato di incoscienza temporanea non ha altra percezione, al risveglio, se non quella di un black-out della coscienza. Si potrebbe anche ipotizzare, al riguardo, uno stato di completa dissociazione della coscienza analogo a quello per cui molte persone, pur sognando, al risveglio non ricordano i propri sogni: così anche gli eventi coscientemente sperimentati in associazione al corpo eterico verrebbero completamente dimenticati al momento del ritorno dello stato di coscienza associato al funzionamento cerebrale. Allo stato delle conoscenze attuali si tratta però di mere ipotesi, in parte contraddette dal fatto che coloro che hanno una NDE ne conservano quasi sempre un ricordo indelebile e ne sono fortemente influenzati per tutto il resto della vita.

Alla luce dei progressi scientifici e tecnologici della nostra epoca, e tenendo conto dei dati ottenuti da quei fenomeni paranormali che consideriamo accertati (in particolare i fenomeni di origine medianica), possiamo pervenire ad alcune riflessioni conclusive. Il computer, che tra gli strumenti realizzati dall'umanità è quello che presenta la maggiore capacità di elaborazione informatica, è stato ideato e realizzato da intelligenze esterne rispetto al suo funzionamento (quelle di alcuni esseri umani, appunto). Inoltre, anche gli utilizzatori delle informazioni elaborate sono esseri umani. Per questi motivi non riteniamo che un computer possieda una propria attività cosciente: qualora per ipotesi un'attività del genere emergesse nell'ambito del suo funzionamento, questa sarebbe una totale sorpresa anche per l'intelligenza umana che lo ha creato.

Gli organismi viventi sono degli elaboratori di informazione ben più complessi di un computer, e ad un certo livello di complessità siamo certi, per esperienza diretta, che emerge in loro quella particolare funzione che chiamiamo coscienza. La coscienza umana si pone, tra l'altro, la questione su quale sia l'intelligenza che organizza lo sviluppo degli esseri viventi, e su quale sia il proprio destino una volta che l'organismo vivente al quale essa è associata si distrugga.

Come in un celebre racconto di Asimov, l'essere umano ci appare sotto questo aspetto simile ad un robot – cioè ad un computer dotato di "corpo", di pensiero e di coscienza dall'intelligenza che lo ha progettato e programmato – il quale, almeno apparentemente, vive per se stesso e per la sua sopravvivenza, e non in funzione di qualche operatore esterno, ma contemporaneamente continua a svolgere il compito per il quale è stato programmato. Ma proprio per il fatto di vivere, elabora una propria esperienza cosciente che si trasforma, si evolve e viene via via registrata all'interno di un idoneo sistema.

Al momento della distruzione del robot può darsi che il contenuto della registrazione venga trasferito da un supporto ad un altro da parte di qualche sistema operativo esterno. In quest'ipotesi la coscienza, al pari dell'informazione, risulterebbe essere un'entità non fisica che ha bisogno di un supporto per manifestarsi, e se è vero che questo supporto deve essere fisico affinché essa possa manifestarsi nella dimensione fisica, potrebbe anche essere di natura diversa in una diversa dimensione.

Ma quando affermiamo che "può darsi", dovremmo anche aggiungere che "non è garantito", dato che, per quanto ne sappiamo, lo svolgersi di questo processo di trasferimento della coscienza da una dimensione all'altra verrebbe a dipendere dall'azione di un programma intelligente al di fuori del nostro controllo, così come la nostra esistenza in questa vita ed in questo mondo dipende da un processo che trascende la nostra coscienza. Può essere che la transizione della coscienza individuale da questa dimensione fisica, legata all'esistenza del corpo umano, ad una dimensione diversa, sia già implicita e programmata fin dalla nostra "venuta al mondo" in questa dimensione, e dunque assicurata e garantita per tutti quanti (animali compresi), e tuttavia – in quanto creature e non creatori – non possiamo dire di avere nessuna prova certa al riguardo, salvo le comunicazioni di un certo numero di entità spiritiche, che danno per scontata la transizione della coscienza ad un'altra dimensione, dato che per loro, a quanto affermano, tale transizione è avvenuta.

La natura e la funzione delle entità comunicanti – che per semplicità possiamo continuare a chiamare "spiriti" – meritano in alcuni casi di essere studiate ed approfondite, dato che in ultima analisi le informazioni ricevute per loro tramite sono alla base delle nostre ipotesi non fideistiche sulla sopravvivenza. Dovremmo in ogni caso ricordarci che ogni essere umano può conquistare il diritto a non essere considerato un frammento insignificante dell'universo.


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