NDE – stefan von jancovich |
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L'architetto Stefan von Jankovich subì nel 1964 un grave incidente automobilistico in Svizzera, dove viveva. La sua è una delle esperienze meglio descritte e meditate, comprese le osservazioni di tipo etico religioso che il protagonista andò formulando successivamente e che sono il frutto della sua riflessione su quanto gli era capitato. Il nucleo del racconto, cioè l'esperienza vera e propria, fu incisa da Jankovich su nastro non appena, in ospedale, fu in grado di farlo. Nell'esperienza
di Jankovich (incidente, visione del corpo ferito e del luogo in
cui si erano svolti i fatti, percezione di una dimensione diversa
fatta di pace e di luce, cure mediche che strappano via dalla bella
esperienza, "ritorno" avvertito
come violenza), troviamo un elemento che ricorre con relativa frequenza
in altre testimonianze: il film della vita, un fenomeno abbastanza noto anche
in psicologia, in quanto è stato
riferito varie volte da persone che sono per esempio state sul punto di annegare
o di morire bruciate, o sono precipitate in montagna. Sono sempre stato uno sportivo, un uomo attivo e sano. Sono stato allevato secondo i dettami di una religione bellissima e sono sempre stato tenuto a credere a molte cose: la mia fede non mi ha però mai procurato particolari problemi religiosi o filosofici, perché mi sono sempre prevalentemente occupato di cose concrete, quotidiane, pratiche. È stata necessaria una grande tragedia per ridestare in me le forze divine. In seguito ad un incidente la mia anima ed il mio spirito si separarono dal corpo fisico: e questo mi ha fatto prendere coscienza della necessità di occuparmi dei problemi della vita, dell'uomo, della morte e della divinità. Per questo sono solito dire che il 16 settembre 1964 morii, per rinascere alcuni minuti dopo, completamente trasformato, con ideali diversi e conoscenze superiori. Ebbi un grave incidente automobilistico, nel corso del quale fui gettato fuori dalla macchina sulla strada, dove rimasi privo di sensi con 18 fratture. La mia esperienza di morte è cominciata probabilmente nel momento in cui il mio cuore ha cessato di battere, cioè dopo l'interruzione della mia vita. Le mie cellule cerebrali cominciarono a modificarsi per mancanza di ossigeno; contemporaneamente il mio corpo astrale, ovvero la sostanza più sottile portatrice dell'anima, cioè dei principi superiori, e il mio spirito si staccarono dal mio corpo fisico. Durante questo tempo non provai nessuna sensazione, o almeno non ne conservo il ricordo. La mia coscienza era completamente offuscata. Quando cominciò la morte, o per meglio dire, quando il mio corpo astrale e la parte più alta del mio essere si staccarono dal mio corpo fisico ferito e martoriato, un sipario si alzò davanti a me, come a teatro. Cominciò uno spettacolo, in cui io probabilmente vidi la vita terrena e la vita astrale: quello spettacolo consisteva in parecchie scene o fasi. Queste scene sono, nell'altra vita, certamente innumerevoli: io ne vissi alcune, e queste hanno prodotto in me una così forte impressione, che mi hanno fatto diventare un uomo completamente diverso. L'esperienza di morte iniziò con la mia presa di coscienza di questo fatto: muoio. Ero molto stupito di non trovare sgradevole la morte. Non ne avevo paura. Era tutto così naturale, così ovvio! Mi resi conto che morivo e lasciavo questo mondo. Durante la mia vita non avevo mai immaginato che ci si potesse separare dalla vita così bene e così semplicemente. Trovavo
quello stato molto bello, naturale, cosmico, divino. Pensavo: Finalmente
sono giunto qui! Mi resi conto che mi stavo librando; sentivo dei suoni meravigliosi. Distinsi forme armoniche, movimenti, colori. Avevo in qualche modo l'impressione che qualcuno mi chiamasse, mi consolasse, mi guidasse sempre più in alto nell'altro mondo, quello in cui stavo per entrare. Una pace divina e un'armonia mai percepita riempivano la mia coscienza. Ero completamente felice, non ero oppresso da alcun pensiero. Ero solo, nessuno disturbava la mia pace. In seguito mi sono spesso chiesto se in quel momento qualche pensiero connesso con la terra o con una persona mi sia venuto alla mente, ma non sono riuscito a darmi una risposta. Ero, come ho già detto, completamente solo, felice e mi trovavo in perfetta armonia. Avevo una sensazione chiara: che finalmente morivo. Mi libravo sempre più in alto, verso la luce, avvertivo un'armonia sempre crescente. La musica diveniva sempre più forte e bella e insieme mi apparivano colori, forme, movimenti. Dopo questa meravigliosa fase, il sipario si aprì di nuovo e tutto cambiò. Era strano: ondeggiavo sul luogo dell'incidente e vedevo il mio corpo martoriato, privo di vita, giacere sulla strada, in una posizione che mi venne poi confermata dai medici e dai rapporti di polizia. Vidi benissimo anche l'automobile e la gente che si era radunata intorno al luogo dell'incidente. Vidi allora un uomo, un medico, che tentava di riportarmi in vita: si inginocchiò al mio fianco destro e mi fece una puntura. Altre due persone mi reggevano dall'altra parte e mi toglievano i vestiti. Vidi che il dottore mi spalancava la bocca con qualcosa – forse un pezzo di legno. Mi accorsi che avevo un braccio rotto. Vidi che il medico tentava di rianimarmi artificialmente: poi si accorse che avevo le costole spezzate. Infatti disse: "Non posso fare il massaggio cardiaco". Dopo qualche minuto si alzò e disse: "Non va". Parlava tedesco con accento di Berna; parlava anche italiano, in un modo un po' buffo. Infine disse: 'Non c'è niente da fare, è morto". Vollero allora allontanare il mio corpo dalla strada e chiesero ad un militare (si era infatti fermata per l'incidente una colonna militare) se c'era una coperta per coprire il mio cadavere. Mi misi quasi a ridere quando assistetti a quella sciocca scena, perché sapevo di essere lì, perché non ero morto. Volevo dir loro: "Gente, non sono ancora morto, non fate sciocchezze!" Trovavo tutto questo un tantino comico, però non mi dava fastidio. Mi divertiva l'idea di assistere agli sforzi di quelle persone. Vidi infine un uomo in costume da bagno accorrere con una piccola borsa in mano. Questa persona parlò in ottimo tedesco con l'altro medico. Poi si chinò su di me e incominciò a fare qualcosa. Vidi benissimo il viso di quest'uomo: e infatti qualche settimana più tardi una persona venne nella mia stanza d'ospedale normalmente vestita, e aveva lo stesso viso. Fui colpito, perché ero certo di aver già visto da qualche parte quell'uomo. Lui mi disse di essere stato presente all'incidente, di essere medico e di avermi fatto l'iniezione che mi aveva salvato la vita (io la chiamerei 'iniezione satanica'...) proprio al cuore. Lo riconobbi subito e riconobbi anche la voce. Diventammo amici. Era interessante assistere alla scena spaventosa della morte di un uomo dopo un incidente automobilistico. Particolarmente interessante era il fatto che ero "io" stesso: e io potevo vedere tutto questo senza emozioni, tranquillissimo, in uno stato di felicità, di armonia celestiale. Non è comune vedere la propria morte, specialmente provando questa sensazione: finalmente muoio! Ondeggiavo sul luogo dell'incidente, ad un'altezza di circa tre metri. Tutti i miei sensi funzionavano benissimo, la mia memoria registrava tutto, non avvertivo impedimenti. Avevo l'impressione di essere solo, ma di essere circondato da creature buone: tutto era tranquillo, armonico. Poi questa scena finì e io mi ritrovai immerso in quella dimensione che avevo sperimentato prima. I giochi di luce e di colore divennero più ampi, più pieni, infine mi sommersero. Da qualche parte, a destra, in alto, vedevo il sole che diventava sempre più radioso, luminoso, pulsante. Subito dopo cominciò una rappresentazione teatrale fantastica, che si componeva di innumerevoli immagini e scene della mia vita. Ogni scena era compiuta in se stessa. Il Regista aveva disposto le cose in modo che io vedessi prima l'ultima scena della mia vita, cioè la mia morte sulla strada presso Bellinzona, e per ultima la mia prima esperienza, la mia nascita. Ogni scena, come ho già detto, era compiuta, cioè aveva un inizio e una fine. Solo l'ordine era invertito. Cominciai così col rivivere la mia morte. La seconda scena fu il viaggio sul San Bernardo: vidi persino i monti incappucciati di bianco, splendenti al sole. Il mio modo di vedere le scene era questo: non solo ero l'interprete principale di ogni fatto, ma ne ero anche lo spettatore. I miei sensi mi permettevano di registrare tutto quello che vedevo, sentivo e percepivo. La mia anima era uno strumento sensibilissimo, cioè la mia coscienza valutava subito il mio modo di agire e giudicava me stesso, stabiliva cioè se questa o quella azione era stata buona o cattiva. Mi colpì il fatto che le cattive azioni che avevo compiuto non erano comprese in questo spettacolo: vi figuravano solo quelle in cui apparivo sereno e felice. L'armonia non era solo in me stesso, ma in tutto ciò che mi circondava e anche nelle anime di coloro che partecipavano alla scena. Strano mi parve il fatto che i ricordi armoniosi affiorassero anche in quelle scene che la nostra morale corrente considererebbe cattive azioni, o che le nostre concezioni religiose ci farebbero considerare peccato o addirittura peccato mortale. Bene e male sono valutati nell'aldilà in modo del tutto diverso dal nostro. Io percepivo intanto una musica che sembrava uscire da un impianto stereofonico a quattro, cinque, sei dimensioni! Il sole pulsava e io sapevo che il sole era il principio divino, l'alfa, l'omega, la fonte di ogni energia e di tutte le sue manifestazioni. Quello che vedevo, non era però esattamente il sole, era una meravigliosa apparizione simile al sole, calda, luminosa. La mia anima priva del corpo e il mio spirito cominciavano ad armonizzarsi con le vibrazioni di quel sole. Mi sentivo sempre più felice e più a mio agio, mentre la mia coscienza vibrava sempre più. Credo che in quel lasso di tempo il cosidetto "cordone d'argento" che legava il mio corpo astrale alla mia materia cerebrale fosse diventato sempre più sottile ed elastico. Si avvicinava il momento in cui questo cordone si sarebbe spezzato, come si spezza un filo troppo teso. E questo avrebbe significato la fine definitiva, quella che segue la morte clinica sopravvenuta ormai da tempo: poi non ci sarebbe stata più alcuna possibilità di ritorno. Non so quanto tempo avrebbe impiegato il cordone d'argento a spezzarsi. Secondo le misurazioni terrestri c'era forse un margine di alcuni secondi, o addirittura centesimi di secondo, ma nella quarta dimensione il tempo e lo spazio tridimensionali non hanno più valore. In questo modo il breve tempo di alcuni minuti che seguì la mia morte clinica mi parve durare parecchi giorni o settimane, poiché quello che avevo vissuto era stato di portata fondamentale. Da allora dico spesso: "La più bella esperienza della mia vita è stata la mia morte". Oppure: "Sono felice di dover morire un'altra volta". Nel suo libro Paola Giovetti riporta anche una sua intervista con Jancovich: L'arch. Stefan von Jankovich fu uno dei primi che ebbe il coraggio di raccontare per esteso su una rivista tedesca la sua avventura risalente a 9 anni prima, e a firmare il resoconto col proprio nome. Senza conoscere gli altri casi, egli descrisse un caso classico: nelle fasi essenziali infatti la sua esperienza coincide con tante altre riferite successivamente. Conosco Jankovich di persona da diversi anni e gli ho quindi posto qualche domanda sulle fasi essenziali della sua vicenda e sugli eventuali suggerimenti che egli darebbe ai ricercatori in questo campo. D:
Che cosa ti ha maggiormente impressionato nella tua vicenda? D:
Puoi dirmi qualcosa di più di questo film? D:
E che cosa hai sperimentato alla nascita? D:
Hai ricordato qualche particolare di quando eri piccolo? D:
Per quanto tempo sei stato clinicamente morto? D:
Hai visto qualcuno nell'aldilà? Nel tuo resoconto hai
scritto che eri solo. D:
Conosci altre persone che hanno avuto esperienze di questo
genere? D:
Di che religione sei? Sono cambiate le tue concezioni religiose
dopo la tua "morte"? D:
Si viene giudicati nell'aldilà? Esiste un giudice? D:
Parli volentieri della tua esperienza? D:
Come reagisce chi sente parlare per la prima volta di questa
tua esperienza? D:
Infatti le ricerche di Moody, Osis e Haraldsson, Elizabeth
Kübler-Ross e di altri hanno dimostrato che queste esperienze
sono reali e autentiche... D:
Occorre quindi distinguere con molta attenzione tra esperienza
ed esperienza... D:
Esistono punti comuni tra le varie esperienze di cui sei a
conoscenza? D:
Che cosa consiglieresti, oltre a quello che hai fatto notare
poco fa, a chi studia queste particolari esperienze? |
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