NDE – stefan von jancovich

 

 

 

L'architetto Stefan von Jankovich subì nel 1964 un grave incidente automobilistico in Svizzera, dove viveva. La sua è una delle esperienze meglio descritte e meditate, comprese le osservazioni di tipo etico religioso che il protagonista andò formulando successivamente e che sono il frutto della sua riflessione su quanto gli era capitato. Il nucleo del racconto, cioè l'esperienza vera e propria, fu incisa da Jankovich su nastro non appena, in ospedale, fu in grado di farlo.

Nell'esperienza di Jankovich (incidente, visione del corpo ferito e del luogo in cui si erano svolti i fatti, percezione di una dimensione diversa fatta di pace e di luce, cure mediche che strappano via dalla bella esperienza, "ritorno" avvertito come violenza), troviamo un elemento che ricorre con relativa frequenza in altre testimonianze: il film della vita, un fenomeno abbastanza noto anche in psicologia, in quanto è stato riferito varie volte da persone che sono per esempio state sul punto di annegare o di morire bruciate, o sono precipitate in montagna.
Il racconto di von Jankovich fu pubblicato nel 1973. nove anni dopo l'incidente, dalla rivista tedesca Esotera e nel 1976 da Luce e Ombra (tratto dal libro di Paola Giovetti Qualcuno è tornato).

Sono sempre stato uno sportivo, un uomo attivo e sano. Sono stato allevato secondo i dettami di una religione bellissima e sono sempre stato tenuto a credere a molte cose: la mia fede non mi ha però mai procurato particolari problemi religiosi o filosofici, perché mi sono sempre prevalentemente occupato di cose concrete, quotidiane, pratiche. È stata necessaria una grande tragedia per ridestare in me le forze divine.

In seguito ad un incidente la mia anima ed il mio spirito si separarono dal corpo fisico: e questo mi ha fatto prendere coscienza della necessità di occuparmi dei problemi della vita, dell'uomo, della morte e della divinità. Per questo sono solito dire che il 16 settembre 1964 morii, per rinascere alcuni minuti dopo, completamente trasformato, con ideali diversi e conoscenze superiori. Ebbi un grave incidente automobilistico, nel corso del quale fui gettato fuori dalla macchina sulla strada, dove rimasi privo di sensi con 18 fratture.

La mia esperienza di morte è cominciata probabilmente nel momento in cui il mio cuore ha cessato di battere, cioè dopo l'interruzione della mia vita. Le mie cellule cerebrali cominciarono a modificarsi per mancanza di ossigeno; contemporaneamente il mio corpo astrale, ovvero la sostanza più sottile portatrice dell'anima, cioè dei principi superiori, e il mio spirito si staccarono dal mio corpo fisico. Durante questo tempo non provai nessuna sensazione, o almeno non ne conservo il ricordo. La mia coscienza era completamente offuscata. Quando cominciò la morte, o per meglio dire, quando il mio corpo astrale e la parte più alta del mio essere si staccarono dal mio corpo fisico ferito e martoriato, un sipario si alzò davanti a me, come a teatro. Cominciò uno spettacolo, in cui io probabilmente vidi la vita terrena e la vita astrale: quello spettacolo consisteva in parecchie scene o fasi. Queste scene sono, nell'altra vita, certamente innumerevoli: io ne vissi alcune, e queste hanno prodotto in me una così forte impressione, che mi hanno fatto diventare un uomo completamente diverso.

L'esperienza di morte iniziò con la mia presa di coscienza di questo fatto: muoio.

Ero molto stupito di non trovare sgradevole la morte. Non ne avevo paura. Era tutto così naturale, così ovvio! Mi resi conto che morivo e lasciavo questo mondo. Durante la mia vita non avevo mai immaginato che ci si potesse separare dalla vita così bene e così semplicemente.

Trovavo quello stato molto bello, naturale, cosmico, divino. Pensavo: Finalmente sono giunto qui!
Sono felice di morire senza paura, sono solo curioso di vedere come continuerà questo processo di morte.

Mi resi conto che mi stavo librando; sentivo dei suoni meravigliosi. Distinsi forme armoniche, movimenti, colori. Avevo in qualche modo l'impressione che qualcuno mi chiamasse, mi consolasse, mi guidasse sempre più in alto nell'altro mondo, quello in cui stavo per entrare.

Una pace divina e un'armonia mai percepita riempivano la mia coscienza. Ero completamente felice, non ero oppresso da alcun pensiero. Ero solo, nessuno disturbava la mia pace. In seguito mi sono spesso chiesto se in quel momento qualche pensiero connesso con la terra o con una persona mi sia venuto alla mente, ma non sono riuscito a darmi una risposta. Ero, come ho già detto, completamente solo, felice e mi trovavo in perfetta armonia. Avevo una sensazione chiara: che finalmente morivo. Mi libravo sempre più in alto, verso la luce, avvertivo un'armonia sempre crescente. La musica diveniva sempre più forte e bella e insieme mi apparivano colori, forme, movimenti.

Dopo questa meravigliosa fase, il sipario si aprì di nuovo e tutto cambiò. Era strano: ondeggiavo sul luogo dell'incidente e vedevo il mio corpo martoriato, privo di vita, giacere sulla strada, in una posizione che mi venne poi confermata dai medici e dai rapporti di polizia. Vidi benissimo anche l'automobile e la gente che si era radunata intorno al luogo dell'incidente.

Vidi allora un uomo, un medico, che tentava di riportarmi in vita: si inginocchiò al mio fianco destro e mi fece una puntura. Altre due persone mi reggevano dall'altra parte e mi toglievano i vestiti. Vidi che il dottore mi spalancava la bocca con qualcosa – forse un pezzo di legno. Mi accorsi che avevo un braccio rotto. Vidi che il medico tentava di rianimarmi artificialmente: poi si accorse che avevo le costole spezzate. Infatti disse: "Non posso fare il massaggio cardiaco". Dopo qualche minuto si alzò e disse: "Non va". Parlava tedesco con accento di Berna; parlava anche italiano, in un modo un po' buffo. Infine disse: 'Non c'è niente da fare, è morto".

Vollero allora allontanare il mio corpo dalla strada e chiesero ad un militare (si era infatti fermata per l'incidente una colonna militare) se c'era una coperta per coprire il mio cadavere. Mi misi quasi a ridere quando assistetti a quella sciocca scena, perché sapevo di essere lì, perché non ero morto.

Volevo dir loro: "Gente, non sono ancora morto, non fate sciocchezze!"

Trovavo tutto questo un tantino comico, però non mi dava fastidio. Mi divertiva l'idea di assistere agli sforzi di quelle persone.

Vidi infine un uomo in costume da bagno accorrere con una piccola borsa in mano. Questa persona parlò in ottimo tedesco con l'altro medico. Poi si chinò su di me e incominciò a fare qualcosa. Vidi benissimo il viso di quest'uomo: e infatti qualche settimana più tardi una persona venne nella mia stanza d'ospedale normalmente vestita, e aveva lo stesso viso. Fui colpito, perché ero certo di aver già visto da qualche parte quell'uomo. Lui mi disse di essere stato presente all'incidente, di essere medico e di avermi fatto l'iniezione che mi aveva salvato la vita (io la chiamerei 'iniezione satanica'...) proprio al cuore. Lo riconobbi subito e riconobbi anche la voce. Diventammo amici.

Era interessante assistere alla scena spaventosa della morte di un uomo dopo un incidente automobilistico. Particolarmente interessante era il fatto che ero "io" stesso: e io potevo vedere tutto questo senza emozioni, tranquillissimo, in uno stato di felicità, di armonia celestiale. Non è comune vedere la propria morte, specialmente provando questa sensazione: finalmente muoio!

Ondeggiavo sul luogo dell'incidente, ad un'altezza di circa tre metri. Tutti i miei sensi funzionavano benissimo, la mia memoria registrava tutto, non avvertivo impedimenti. Avevo l'impressione di essere solo, ma di essere circondato da creature buone: tutto era tranquillo, armonico.

Poi questa scena finì e io mi ritrovai immerso in quella dimensione che avevo sperimentato prima. I giochi di luce e di colore divennero più ampi, più pieni, infine mi sommersero. Da qualche parte, a destra, in alto, vedevo il sole che diventava sempre più radioso, luminoso, pulsante.

Subito dopo cominciò una rappresentazione teatrale fantastica, che si componeva di innumerevoli immagini e scene della mia vita.

Ogni scena era compiuta in se stessa. Il Regista aveva disposto le cose in modo che io vedessi prima l'ultima scena della mia vita, cioè la mia morte sulla strada presso Bellinzona, e per ultima la mia prima esperienza, la mia nascita. Ogni scena, come ho già detto, era compiuta, cioè aveva un inizio e una fine. Solo l'ordine era invertito.

Cominciai così col rivivere la mia morte. La seconda scena fu il viaggio sul San Bernardo: vidi persino i monti incappucciati di bianco, splendenti al sole. Il mio modo di vedere le scene era questo: non solo ero l'interprete principale di ogni fatto, ma ne ero anche lo spettatore.

I miei sensi mi permettevano di registrare tutto quello che vedevo, sentivo e percepivo. La mia anima era uno strumento sensibilissimo, cioè la mia coscienza valutava subito il mio modo di agire e giudicava me stesso, stabiliva cioè se questa o quella azione era stata buona o cattiva. Mi colpì il fatto che le cattive azioni che avevo compiuto non erano comprese in questo spettacolo: vi figuravano solo quelle in cui apparivo sereno e felice.

L'armonia non era solo in me stesso, ma in tutto ciò che mi circondava e anche nelle anime di coloro che partecipavano alla scena. Strano mi parve il fatto che i ricordi armoniosi affiorassero anche in quelle scene che la nostra morale corrente considererebbe cattive azioni, o che le nostre concezioni religiose ci farebbero considerare peccato o addirittura peccato mortale. Bene e male sono valutati nell'aldilà in modo del tutto diverso dal nostro. Io percepivo intanto una musica che sembrava uscire da un impianto stereofonico a quattro, cinque, sei dimensioni!

Il sole pulsava e io sapevo che il sole era il principio divino, l'alfa, l'omega, la fonte di ogni energia e di tutte le sue manifestazioni.

Quello che vedevo, non era però esattamente il sole, era una meravigliosa apparizione simile al sole, calda, luminosa. La mia anima priva del corpo e il mio spirito cominciavano ad armonizzarsi con le vibrazioni di quel sole. Mi sentivo sempre più felice e più a mio agio, mentre la mia coscienza vibrava sempre più.

Credo che in quel lasso di tempo il cosidetto "cordone d'argento" che legava il mio corpo astrale alla mia materia cerebrale fosse diventato sempre più sottile ed elastico. Si avvicinava il momento in cui questo cordone si sarebbe spezzato, come si spezza un filo troppo teso. E questo avrebbe significato la fine definitiva, quella che segue la morte clinica sopravvenuta ormai da tempo: poi non ci sarebbe stata più alcuna possibilità di ritorno.

Non so quanto tempo avrebbe impiegato il cordone d'argento a spezzarsi. Secondo le misurazioni terrestri c'era forse un margine di alcuni secondi, o addirittura centesimi di secondo, ma nella quarta dimensione il tempo e lo spazio tridimensionali non hanno più valore. In questo modo il breve tempo di alcuni minuti che seguì la mia morte clinica mi parve durare parecchi giorni o settimane, poiché quello che avevo vissuto era stato di portata fondamentale.

Da allora dico spesso: "La più bella esperienza della mia vita è stata la mia morte". Oppure: "Sono felice di dover morire un'altra volta".

Nel suo libro Paola Giovetti riporta anche una sua intervista con Jancovich:

L'arch. Stefan von Jankovich fu uno dei primi che ebbe il coraggio di raccontare per esteso su una rivista tedesca la sua avventura risalente a 9 anni prima, e a firmare il resoconto col proprio nome. Senza conoscere gli altri casi, egli descrisse un caso classico: nelle fasi essenziali infatti la sua esperienza coincide con tante altre riferite successivamente. Conosco Jankovich di persona da diversi anni e gli ho quindi posto qualche domanda sulle fasi essenziali della sua vicenda e sugli eventuali suggerimenti che egli darebbe ai ricercatori in questo campo.

D: Che cosa ti ha maggiormente impressionato nella tua vicenda?
R: Prima di tutto il fatto che da allora non ho più paura della morte: essa rappresenta per me un alleggerimento e una condizione bellissima. Poi c'è il cambiamento che è avvenuto in me: io vedo ora i problemi quotidiani, i rapporti umani, il senso stesso della vita in maniera del tutto diversa da prima. Contrariamente a prima dell'incidente, non cerco il successo, la fama, ecc. La vita d'affari mi interessa ancora, ma senza fanatismo, pratico ancora lo sport, ma solo per me, sto volentieri da solo e medito sui grandi problemi della vita. Dato che so per esperienza che rivedrò e rivivrò tutto ciò che faccio e che giudicherò me stesso in base a un metro cosmico, cerco sempre di adeguarmi a questo dato di fatto e di comportarmi in modo da potermi nella morte confrontare con me stesso. E poi c'è il film panoramico della vita, che contiene anche un giudizio su tutto il comportamento tenuto durante la vita.

D: Puoi dirmi qualcosa di più di questo film?
R: Intanto esso è rovesciato rispetto alla vita, cioè prima ho visto la mia morte e per ultimo la mia infanzia. Ho visto anche cose che non ricordavo affatto, come per esempio fatti di quando avevo pochi mesi, o addirittura la mia nascita.

D: E che cosa hai sperimentato alla nascita?
R: Una luce, l'arrivo nella luce. Un cambiamento di condizione. Prima c'era buio e poi improvvisamente è venuta la luce, ho avvertito un senso di calore. Penso che fosse la vita, l'arrivo in questo mondo. Credo che l'arrivo nel mondo che ci aspetta dopo la morte possa essere descritto circa in questi stessi termini.

D: Hai ricordato qualche particolare di quando eri piccolo?
R: Si, dopo l'incidente ho discusso tutti i particolari con mio padre, che a quel tempo era ancora vivo: ho voluto controllare tutto prima di pubblicare certe cose, perché non sapevo se era allucinazione, un'immaginazione, oppure un fatto reale. E così per esempio ho potuto descrivere con l'ottica di uno che è in culla com'era la camera nei primissimi tempi e mio padre ha confermato tutto; ha detto persino che quando io avevo un mese avevano dovuto cambiare tutto l'arredamento della stanza da letto appunto per il mio arrivo: e io ricordavo com'era l'arredamento prima del cambiamento. Ricordo poi un'altra bella scena alla quale ho poi sempre ripensato con piacere: i miei primi passi. C'erano i miei genitori e un altro signore. Mia madre mi ha lasciato andare e io ho fatto 3 4 passi da solo e poi ridendo ho abbracciato il suo ginocchio sinistro e intanto ho visto che vestito indossava e l'ho poi descritto a mio padre; e lui ha confermato che era un vestito estivo che lui le aveva regalato per il compleanno e che in seguito naturalmente non esisteva più. Questi particolari, insieme ad altri, mi hanno confermato che il film della vita è un fatto reale.

D: Per quanto tempo sei stato clinicamente morto?
R: Secondo il protocollo della polizia, 5 o 6 minuti. Anche i due medici presenti hanno confermato questo dato.

D: Hai visto qualcuno nell'aldilà? Nel tuo resoconto hai scritto che eri solo.
R: Vorrei precisare: nella morte sono stato solo, ma in qualche modo avevo la certezza di non essere abbandonato, di essere in un certo senso protetto. Ero molto tranquillo.

D: Conosci altre persone che hanno avuto esperienze di questo genere?
R: Si, molte, anche perché dopo le mie pubblicazioni molti mi hanno scritto e io ho parlato direttamente con loro. Spesso però queste persone sono piene di ritegno e non parlano volentieri perché temono di non essere credute.

D: Di che religione sei? Sono cambiate le tue concezioni religiose dopo la tua "morte"?
R: Sono stato allevato nella religione cattolica, i miei erano credenti e praticanti. Io ho frequentato la chiesa più che altro per abitudine, non mi ero mai occupato molto di problemi filosofici e religiosi. Lo faccio da quando ho avuto l'incidente e cerco la mia propria strada, al di là dei dogmi della Chiesa. La mia impostazione religiosa è molto mutata, si è fatta più libera e al tempo stesso più profonda.

D: Si viene giudicati nell'aldilà? Esiste un giudice?
R: Un giudizio c'è, ma non si tratta di un giudice apocalittico, come quello descritto da Giovanni o dipinto da Michelangelo nella Sistina: è la coscienza personale che dà un giudizio e stabilisce se quella azione o quel pensiero è stato positivo o negativo. E questo giudizio non concorda con la nostra morale religiosa. Questo per me è stato interessante e anche stupefacente: certe cosidette 'buone azioni' sono state valutate negativamente e certi altri grossi errori umani positivamente. In altre parole, non c'è un metro cattolico, protestante, buddhista, ecc., ma un metro generale umanitario, o cosmico, che forse potrei definire principio dell'amore; se una azione è stata compiuta con premesse egoistiche ed ha provocato turbative ad altri, è senz'altro negativa, anche se apparentemente buona. Ho capito che ciò che turba l'armonia è negativo e quindi cerco di vivere in modo che intorno a me non si crei un ambiente disarmonico, un'atmosfera turbata per colpa mia. Prima a questo non pensavo affatto: avevo un atteggiamento egoistico, prendevo quello che mi piaceva, cercavo di ricavare dalla vita tutto quello che era possibile, sotto ogni aspetto. Oggi non più. Cerco di vivere e di far vivere in armonia, senza operare mai costrizioni, senza condizionare mai nessuno, perché questa mi sembra essere la colpa più grande nella vita. Deve regnare armonia. Tutta la nostra società è costruita su principi contrari all'armonia e io infatti oggi mi trovo spesso in conflitto sia nella vita d'affari che di relazione.

D: Parli volentieri della tua esperienza?
R: Sì e no. Dipende con chi. Fin da allora, quando ritornai nel corpo (e ho quasi maledetto i medici che mi ci avevano riportato...) ho sentito che in qualche modo avevo una missione, quella di far sapere queste cose. Cosi ho subito registrato la mia esperienza, 1 o 2 giorni dopo l'incidente, appena sono stato in grado di farlo, in modo da non dimenticare nessun particolare e anche per non correre il rischio di abbellire col tempo la mia avventura. Non faccio propaganda, ma se mi invitano io vado, non dico mai di no.

D: Come reagisce chi sente parlare per la prima volta di questa tua esperienza?
R: In maniera molto diversa. Alcuni credono subito, altri no, pensano che si tratti di allucinazioni. È necessaria una certa maturità per accettare queste cose. Gli specialisti però oggi sanno che fatti di questo genere esistono e non sono allucinazioni.

D: Infatti le ricerche di Moody, Osis e Haraldsson, Elizabeth Kübler-Ross e di altri hanno dimostrato che queste esperienze sono reali e autentiche...
R: Certo, e a questo proposito vorrei dirti qualcosa di molto importante. Bisogna fare distinzioni molto chiare e precise tra vere esperienze di morte e allucinazioni 'pre mortali', perché alcuni casi non hanno niente a che vedere con la morte e l'aldilà. Io stesso mi sono trovato altre volte in pericolo di morte, ho avuto queste allucinazioni, ho rivisto episodi della mia vita. Erano però quadri singoli, quasi proiezioni di diapositive, messe a caso una dopo l'altra – e senza giudizio. Queste allucinazioni, o regressioni, che si possono riscontrare in persone che stanno morendo o sono gravemente ammalate, non sono però il "panorama o film della vita". A mio giudizio esiste il pericolo che molte persone che hanno sperimentato una cosa del genere dicano di essere realmente morte. Queste allucinazioni "pre mortali" sono sempre ancora a tre dimensioni e legate al tempo. Sono colorate in maniera molto personale. È difficile riconoscere in esse motivi e processi di validità generale. Questi, nei casi di incidenti (incidenti d'auto, cadute in montagna, annegamenti, ecc.) sono molto spontanei e diretti: nei malati gravi, che già subiscono l'influenza dei medicamenti, sono invece manipolati.

D: Occorre quindi distinguere con molta attenzione tra esperienza ed esperienza...
R: E ritengo anche che la ricerca sulla morte dovrebbe tener conto in particolar modo di quei casi in cui è possibile stabilire in maniera attendibile lo stato di morte clinica (arresto cardiaco o circolatorio). Poi, tra i rianimati che hanno certamente vissuto questo stato di morte clinica, consiglio di distinguere tre categorie di base:
a) persone morte per incidente
b) persone morte per vecchiaia o malattia
c) suicidi
In base alla mia esperienza, che ho ricavato anche dal contatto diretto con molti altri 'defunti', queste categorie sono molto importanti. Da un lato per il giudizio che la nostra stessa coscienza fa (nei suicidi però le cose vanno diversamente) e d'altro lato perché il racconto delle esperienze, nel caso che si "ritorni" in un corpo biologicamente sano (se c'è stato incidente, o annegamento ecc.) e si racconti con un cervello sano e non in preda ai medicamenti, è diverso che nei pazienti che sono sotto l'effetto di droghe, medicine ecc. Bisogna inoltre fare bene attenzione al fatto che i rianimati, avendo sperimentato una cosa bella e fantastica, hanno la tendenza ad esagerare tutto, a lavorarci un po' sopra con la fantasia. Questa tendenza è tanto più forte quanto più tempo passa dal momento della rianimazione. Bisogna anche controllare oggettivamente la credibilità delle singole persone.

D: Esistono punti comuni tra le varie esperienze di cui sei a conoscenza?
R: Nel mio caso sono state riconoscibili varie fasi: coscienza della morte senza paura di morire, uscita dal corpo (OBE) con visione del corpo fisico, percezione di una diversa dimensione, film panoramico della vita con giudizio. A mio parere queste "fasi" sono caratteristiche. La mia ipotesi è questa: il decorso è sempre uguale, se ne può praticamente desumere una regola. Non tutti però attraversano tutte queste fasi, a volte l'esperienza è molto breve, è magari solo un inizio di esperienza, per cui in certi casi si ritrova solo qualcosa di quello che ho vissuto io.

D: Che cosa consiglieresti, oltre a quello che hai fatto notare poco fa, a chi studia queste particolari esperienze?
R: Sarebbe molto importante studiare quali modifiche del comportamento l'esperienza di morte ha prodotto nei singoli rianimati (atteggiamento filosofico e religioso, modo di agire, rapporto col mondo circostante, ecc.). Questo studio sarebbe della massima importanza per l'umanità. E potrebbe portare ad un ripensamento dei diversi attuali sistemi morali e sociali terreni. Consiglio poi una chiara analisi di tutti i casi. Le valutazioni di tutti gli scienziati (biologi, medici, biochimici, psicologi, parapsicologi, teologi, ecc.). Ognuno dovrebbe poter interpretare da solo queste valutazioni e trarne le conseguenze. Ritengo queste ricerche e questi studi di grande importanza per l'uomo ed è quindi giusto che vengano affrontati in maniera corretta e il più possibile oggettiva.


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